Enea e Sveva

Enea e Sveva

S’apre la terra al calore del sole,
e il vento di marzo, tra i rami fioriti,
raccoglie il canto di gole infinite,
scuotendo dal sonno le prime viole.

Stormiscono i prati di un verde novello,
promesse che l’albero ai nidi sussurra,
mentre nel cielo, di seta azzurra,
si specchia il volo di un libero uccello.

Eppure, tra l’erba che sorge radiosa,
germoglia l’amore, sottile e fatale,
un brivido dolce, un assalto di male,
che sboccia nel petto come una rosa.

Ma ha gocce di pioggia e petali d’ombra,
quest’ansia che stringe, che tace e che brama, un filo d’argento che il cuore richiama
mentre il ricordo la mente ne ingombra.

Malinconico amore, struggente e lontano,
che ride al mattino e la sera s’ammala,
sei come l’autunno che in marzo s’instala,
un fiore che cade tenuto per mano.

Marzo è un mese che non sa decidersi, un ponte sospeso tra il gelo che non vuole andarsene e una luce che preme per esplodere.
Si cammina nei parchi e si sente il ronzio della vita che ricomincia: gli uccelli intrecciano dialoghi frenetici tra i rami ancora sottili, e i prati si macchiano di un verde così acceso da sembrare quasi finto. Gli alberi, timidi, iniziano a vestirsi di gemme, offrendo lo spettacolo di una rinascita che pareva impossibile solo poche settimane prima. È la stagione in cui tutto sembra suggerire che sia lecito, finalmente, tornare a sperare.
Eppure, in questa fioritura prepotente, l’amore si muove con passi incerti. Esistono amori che sbocciano insieme alle primule, carichi di quell’euforia che toglie il fiato, ma ne esistono altri che in questa luce cruda si sentono nudi, esposti, quasi fuori posto.
Sono quegli amori malinconici, fatti di sguardi che si cercano attraverso vetri appannati o di parole rimaste incastrate in gola. È uno struggimento strano: vedere il mondo che si colora mentre dentro si conserva il grigio di un inverno che non passa mai del tutto. In questi sentimenti c’è la bellezza dei tramonti di marzo, quelli che infuocano il cielo ma lasciano addosso un brivido di freddo non appena il sole scende all’orizzonte.
Amare così, in primavera, significa accorgersi che la natura si rigenera senza chiedere permesso, mentre il cuore, a volte, preferisce restare a guardare la pioggia, cullando una nostalgia che è dolce e crudele allo stesso tempo, come un fiore che si schiude sapendo già che il vento potrebbe portarlo via.

Enea e Sveva, sembrano i custodi di quel bacio tra i mandorli, sospesi in un tempo che non è più inverno e non è ancora del tutto estate.
Si incontrarono su una panchina di legno ancora umida, in quell’ora del pomeriggio dove il sole di marzo gioca a nascondersi dietro le nuvole, lasciando l’aria in bilico tra il tepore e il brivido. Intorno a loro, il parco era un’esplosione di contraddizioni: i mandorli erano già nuvole bianche e rosa, ma a terra restavano ancora le foglie brune dell’inverno precedente, spinte via dal vento.
Lui arrivò con il bavero alzato, un’abitudine dura a morire, mentre lei era già lì, lo sguardo perso nel volo frenetico di una coppia di passeri che litigavano per un filo di paglia. Quando i loro occhi si incrociarono, non ci fu il boato di un temporale, ma il suono sottile di un ramo che si spezza sotto il peso della neve che si scioglie.
“Sei arrivato,” disse lei, e la sua voce aveva la stessa fragilità dei primi germogli.
Lui si sedette, lasciando tra loro lo spazio esatto di un segreto. “Marzo non mente mai,” rispose quasi tra sé. “Ti costringe a guardare quello che sta nascendo, anche se non sei pronto a vederlo.”
Restarono in silenzio, circondati da una natura che urlava vita. Un profumo dolciastro di terra bagnata e resina saliva dai prati, un odore di promesse che però, per loro, sapeva di malinconia. Si amavano di quell’amore che non sa diventare estate; un amore che si nutre di attese e di partenze, di parole sussurrate in un mese che promette tutto ma non garantisce nulla.
Lei allungò una mano, sfiorando appena la manica del suo cappotto. Era un gesto minimo, eppure carico di uno struggimento antico, come se ogni primavera fosse solo il ricordo di quella precedente, mai vissuta davvero fino in fondo. In quel momento, tra il canto degli uccelli e il fiorire degli alberi, capirono che il loro destino era quello: essere come marzo. Un eterno inizio, una bellezza che fa male, una fioritura che trema al primo soffio di vento.

Enea e Sveva rimasero ancora un istante con le fronti vicine, mentre il vento di marzo sollevava qualche petalo bianco dai rami scuotendoli come timidi fiocchi di neve.
Fu lei a sciogliere l’abbraccio, sistemandogli il bavero del cappotto con un gesto che sapeva di cura e di addio.
Si guardarono un’ultima volta, e Sveva, con un sorriso appena accennato che portava in sé tutta la malinconia del mese, gli sussurrò:
“Non aver paura del freddo che torna stasera, Enea; abbiamo appena dimostrato alla primavera che sappiamo ancora come si fiorisce.”
Poi si voltò e si incamminò lungo il sentiero umido, lasciando che il canto degli uccelli colmasse lo spazio che si era creato tra loro.

Enea rimase fermo accanto alla panchina, con il sapore di quel bacio che ancora gli scaldava le labbra mentre l’aria intorno ricominciava a farsi pungente. Guardò la sagoma di Sveva farsi piccola lungo il viale, incorniciata dai rami carichi di boccioli che sembravano tremare a ogni soffio di vento.
Il suo ultimo pensiero fu un miscuglio di rassegnazione e gratitudine.
“Siamo come questo mese, Sveva:
troppo fragili per l’inverno e ancora troppo piccoli per l’estate. Ma forse la vera bellezza non è restare fioriti per sempre, è avere il coraggio di schiudersi proprio quando si ha più paura del gelo.”

Enea, sospirò, infilò le mani nelle tasche del cappotto e si incamminò dalla parte opposta, portando con sé il profumo dei mandorli e la certezza che, nonostante tutto, marzo aveva mantenuto la sua promessa.

Bolo’s ©